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21) Guernica, il debutto della nuova guerra

Il 26 aprile 1937 aerei nazi-fascisti bombardarono la città basca. L’Europa scopriva un obbiettivo militare “definitivo”: i civili. Pochi giorni più tardi Pablo Ricasso, spinto dalla sua amante, cominciò a dipingere il quadro simbolo del pacifismo

di Guido Rampoldi

La Repubblica, 15/04/2007
In quel 26 aprile 1937 i primi aerei a comparire nel cielo di Guernica furono tre Savoia-79 dell’“Aviazione legionaria" inviata da Mussolini.
Tirarono su un ponte, lo mancarono, tornarono indietro. Il bombardamento indiscriminato cominciò più tardi, quando arrivarono in varie ondate i bombardieri tedeschi e i caccia italiani che li scortavano.
Tremila bombe, una ogni due abitanti. «Le prime hanno demolito un gran numero di case e distrutto le cisterne d'acqua», scrisse nel suo diario il comandante della squadra tedesca, von Richtofen. «Poi quelle incendiarie hanno sortito il loro effetto».
Era l'esordio sul suolo europeo d'un tipo di guerra che arabi e asiatici avevano già conosciuto sulla loro pelle. Ed era quasi ovvio che i piloti italiani vi partecipassero. All' epoca la nostra aviazione aveva già accumulato molti record.
Era stato italiano il primo pilota a montare una macchina fotografica su un velivolo, il primo a compiere un bombardamento notturno, il primo a lanciare una bomba incendiaria, il primo ad essere abbattuto. Ma quel che più conta, erano stati i nostri a inaugurare la tattica destinata a rivoluzionare l'arte occidentale della guerra.

guernica

Nel novembre del 1911, durante l'occupazione della Libia, piloti italiani avevano lanciato granate sulla popolazione di Taguira e Ain Zara, due oasi che si erano distinte nella resistenza all'invasione. Per il comando italiano massacrare civili non era una novità, un mese prima l'artiglieria e la marina avevano trasformato la conquista di Tripoli in una carneficina tale da inorridire l'inviato del Daily Chronicle («Questa non è guerra, è uno sterminio. Giovani e anziani vengono immolati senza vergogna né pietà»).
Ma il bombardamento dal cielo rivelò subito un vantaggio strategico: con poco sforzo e nessun rischio l'aviazione aveva spezzato il morale agli arabi. Anche se occorsero decenni perché il mondo ne avesse consapevolezza, l'arte della guerra era cambiata per sempre.
Per millenni ogni casta guerriera s'era addestrata a battere sul campo di battaglia l'esercito nemico. D'improvviso lo scopo diventava un altro: rendere intollerabile il conflitto alla popolazione fino a costringerla alla resa. Ammazzare civili per piegare la volontà di una nazione è, ed era anche allora, esattamente lo schema del terrorismo.
Ma questo cominciammo a capirlo solo il 26 aprile 1937, il giorno di Guernica, quando a morire sotto le bombe non furono più arabi e asiatici, le vittime invisibili delle guerre coloniali, ma europei, cristiani. Noi.
Se non fosse per questo, non staremmo qui a raccontare il settantesimo anniversario di Guernica, il pigolio dell'ultimo revisionismo e le altre false Guernica in circolazione, ma potremmo ricordare, per esempio, l'ottantaduesimo anniversario di Xauen. Città del Marocco. La stessa età di Guernica (entrambe hanno circa sei secoli). E grossomodo lo stesso numero di abitanti, seimila, quando furono bombardate a tappeto.
Guernica dai bombardieri tedeschi scortati dai caccia italiani, su ordine di Franco; Xauen da piloti statunitensi, volontari, sotto il comando dell'aviazione francese.
Né la città spagnola né la marocchina avevano protezione aerea: erano indifese.
Infine: di entrambi i bombardamenti raccontò la grande stampa anglosassone, la più influente del pianeta. La notizia del bombardamento di Xauen non ebbe eco (eppure aveva scritto Walter Harris: «Fu l'atto più gratuito, più crudele e più ingiustificabile della guerra. Tutti sapevano che i maschi adulti in grado di maneggiare un'arma non erano più a Xauen. Così a essere massacrati furono i bambini e le donne»).
Invece la corrispondenza di John Steer da Guernica, apparsa due giorni dopo sulla prima pagina del New York Times con il titolo The tragedy of Guernica, suscitò un clamore enorme in Gran Bretagna, in Francia e negli Stati Uniti.
Contribuì anche l'errore di Steer. Nelle corrispondenze successive, pubblicate dal Times di Londra, Steer equivocò il bollettino del governo autonomo basco e scambiò il numero dei soldati caduti il 26 aprile sul fronte nord, 1.654, con il numero dei morti nel bombardamento di Guernica, che nella realtà furono tra i cento e i trecento. Intenzionale o no, sul momento fu un errore opportuno, convinse il Times a dare il massimo risalto ad una notizia in contraddizione con la linea "neutralista" del giornale.
Ma tuttora lo sbaglio di Steer alimenta un revisionismo assertivo e maldestro che ricorre alla conta dei morti per confutare «la leggenda di Guernica».
Eppure non è difficile accertare cosa accadde quella mattina, tale è la quantità di fonti oggi a disposizione dei ricercatori. I diari di Richtofen; i saggi di storici come Paul Preston e Stefano Pedriali, quest'ultimo autore d'uno studio sull’ aviazione italiana in Spagna; testimonianze di piloti e di sopravvissuti, alcune ora raccolte in un documentario di Historychannel.
I fatti in sé sono nitidi. E confermano che l'aviazione nazifascista bombardò Guernica per demoralizzare i difensori della vicina Bilbao. La bombardò su richiesta del generale Mola: il capo delle milizie franchiste nel nord intendeva così dare corso all'ultimatum lanciato tre settimane prima, «Se non vi arrendete distruggerò l'intera provincia della Biscaglia».
Allo stesso tempo Guernica fu un esperimento. Confermò le potenzialità strategiche della guerra aerea. Negli anni successivi il bombardamento indiscriminato sarebbe divenuto parte integrante della blitzkrieg nazista, la guerra-lampo che fruttò ad Hitler strepitosi successi militari in Europa. Ma a partire dal 1943 anche le città tedesche dovettero sperimentare l'orrore della guerra aerea, per effetto dei bombardamenti britannici.
Così Guernica fu un'anteprima della Seconda guerra mondiale.
Annunciò l'estensione al continente europeo della "guerra coloniale" e dei suoi metodi, incluso il bombardamento della popolazione e lo sterminio.
In Spagna anche l'altra parte praticava la strage, furono settemila i religiosi assassinati dai temibili "incontrolados", la plebaglia che si voleva anarchica.
Ma con Guernica il massacro di civili inermi perdeva anche le restrizioni geografiche che lo confinavano nelle colonie d'oltremare.
L'aviazione italiana vi si dedicò con un certo spirito agonistico. I piloti inviati in Spagna da Mussolini con 73 velivoli furono colpevoli esattamente quanto i piloti nazisti. Nella divisione dei compiti erano soprattutto gli 80 aerei di von Richtofen a compiere i bombardamenti pesanti. Ma i caccia italiani li proteggevano da quel poco di contraerea e di aviazione di cui disponeva la Repubblica spagnola.
Inoltre gli S79 italiani compirono in proprio stragi di civili. Anche sul fronte basco. Per esempio a Durango. Se il giornalista John Steer avesse raggiunto quelle rovine fumanti con la stessa velocità con cui pochi giorni dopo arrivò a Guernica mentre la città ancora bruciava, probabilmente oggi il quadro di Picasso si chiamerebbe Durango, a eterna vergogna dell'aviazione italiana.
A Durango gli italiani riuscirono a bombardare perfino i fedeli che uscivano dalla messa, circostanza sufficiente a dimostrare come nelle province basche la guerra civile fu anche uno scontro all'interno del cattolicesimo: di qua il basso clero, anti-franchista e in fondo anti-spagnolo; di là le gerarchie e i cartisti, pii monarchici schierati con Franco. Questi ultimi furono gli assassini più spietati d'un conflitto già in sé crudelissimo.
Non solo per antica tradizione o per reazione alla ferocia degli "incontrolados", ma soprattutto perché nel corso della guerra la prelatura interpretò la sollevazione franchista come santa crociata contro le orde di Satana.
In sostanza i miliziani furono legittimati a sentirsi guerrieri d'una jihad cristiana.
Questo passato ingombrante potrebbe spiegare perché a tentare di riscrivere il bombardamento di Guernica oggi siano soprattutto settori dell'integralismo cattolico, spagnolo e italiano.
Settant'anni fa Roma e Berlino attribuirono la distruzione di Guernica ai repubblicani baschi, e accusarono la «stampa ebraica», cioè il New York Times, d'aver avvalorato quel falso.
Oggi si pretende che a Guernica l'aviazione bombardò obiettivi militari, senza l'intenzione di massacrare civili. Un po' meno false, ma non per questo autentiche, sono due altre Guernica in circolazione.
La prima è il simbolo dell'eroica nazione basca che si oppose fino all'ultimo a Franco. In realtà erano baschi anche i miliziani che assediavano Guernica. E l'eroica nazione basca non solo s'arrese ma consegnò al nemico, intatte, tutte le sue fabbriche belliche.
Infine c'è la Guernica simbolo mondiale del pacifismo. Eppure in quel 1936 proprio il pacifismo britannico e francese rifiutò, in sintonia con la destra realista, le forniture d'armi richieste dalla Repubblica spagnola. Le armi sono un gran brutta cosa. Ma se avesse avuto un po' di contraerea forse Guernica non sarebbe stata ridotta ad una rovina.
Ecco qualcosa su cui riflettere.
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