| 22) Dora, musa inquieta dietro il capolavoro Le foto in bianco e nero di questa pagina sono alcune di quelle che Dora Maar scattò nel 1936 mentre Picasso dipingeva Guernica. di Concita De Gregorio La Repubblica, 15/04/2007 |
Il segreto di Guernica è una donna. C'era lei, quei giorni. È scesa lei in strada il pomeriggio del primo maggio del '37 a comprare Ce soir. Ha visto lei per prima, salendo fino all'ultimo piano le scale dell'atelier di rue des Grands Agustins, la foto in bianco e nero di prima pagina: «Immagine della città di Guernica in fiamme». È lei che gli ha detto: «Guarda».![]() Lui stava conversando con un amico, lei si è avvicinata, ha messo tra i due il giornale e ha detto solo questo: guarda. È suo il volto della donna che regge la lampada al centro della tela. È lei che ha dipinto le minuscole linee che formano il manto del cavallo, «ho capito come vuoi che siano, lascia che sei stanco: faccio io». È lei che ha saputo, prima ancora che lui cominciasse a tracciare una sola linea, che quel dipinto sarebbe stato un'altra cosa, una cosa diversa da tutte le altre cose del mondo. È perciò lei che ha ripreso in mano la Leica che aveva lasciato ferma da più di un anno, da quando lo aveva incontrato quel giorno al Deux Magots, lei che ha montato senza chiedere permesso due luci nella stanza e che ha cominciato a scattare. Dalla tela bianca — dal niente — a Guernica. Erano centinaia di foto, ce ne sono arrivate poco meno di sessanta. Viste in sequenza, le immagini scattate da Dora Maar fanno la stessa impressione di quelle della torre Eiffel in costruzione: non di qualcosa che non c'era e poi c'è ma di un'illusione ottica. Qualcosa che c'è sempre stato e che semplicemente prima non si vedeva: come se un mago, poco a poco, la facesse comparire togliendo il telo dell'invisibilità. C'è voluto pochissimo, un mese: l'8 maggio compare la madre col bambino morto, lo stesso triangolo pittorico della Pietà di Michelangelo. L'11 il cavallo. Il 15 scompare il pugno chiuso. Il 4 giugno si accende la lampadina in alto al centro. Fatto, fine. Nelle foto di Dora si vede Picasso in giacca e cravatta che dipinge con una scopa, sale in cima a una scala poi torna giù con un piumino. Ride, quasi sempre. Ride e la guarda. Fuma, sempre. Poi, certo, le leggende attorno a Guernica — il dipinto del Secolo, forse il Secolo stesso — sono tali e tante da offuscare la figura della sua levatrice ed è persine giusto che sia così. «L'ha fatto lei?», chiede a Picasso un ufficiale tedesco nella Parigi occupata, 1940, mentre gli indica una riproduzione del quadro. «No. L'avete fatto voi», risponde Picasso. Gli operai del MOMA, a New York, che finiscono di sballarlo e senza sapere cosa sia né di chi sia si tolgono i caschi da lavoro e rimangono lì così, muti in raccoglimento come davanti a un Cristo vivo. Dolores Ibarruri che nel 1980, quando lo vede per la prima volta in terra di Spagna, a Madrid, mormora «ecco, oggi la Guerra civile è finita». Era l’ultimo esiliato, Guernica. È entrato in Spagna sette anni dopo la morte di chi l'aveva dipinto, lui non l'ha mai visto nel posto dove voleva che stesse. L'aveva fatto su commissione del governo repubblicano per il padiglione spagnolo dell'Esposizione universale di Parigi del'37: centocinquantamila franchi pagati in anticipo. ![]() Non aveva molto chiaro che cosa avrebbe disegnato. Dora gli diceva: non preoccuparti, l'ispirazione verrà. I colleghi ed amici di lei, fotografi — Cartier Bresson, Robert Capa — erano già tutti partiti per la Spagna dove quest'uomo piccolo e irascibile, Francisco Franco, stava guidando la rivolta contro il governo democratico. Lei non era partita, voleva restare con Picasso. Era un amore giovane di un anno appena, un amore misteriosissimo e formidabile. Lui aveva appena avuto una figlia da Marie Therese Walter, la donna bionda. Aveva una moglie, Olga. Poi, l'estate, era partito con Dora per Mougins in questa formazione: Paul e Nusch Eluard, Man Ray e la sua giovane amante Ady, Roland Penrose e Lee Miller. Vacanza all'Hotel Vaste Horizont: foto memorabili di Man Ray che ritrae il gruppo — «la famiglia felice», li chiamava — tra le luci e le ombre di un incannucciato, seduti su un prato per il pic nic con tutte le donne a seno nudo. Picasso aveva una relazione anche con Nusch Eluard all'epoca: «Non volevo offendere Paul, non volevo che pensasse che non trovavo attraente sua moglie». Dora, fotografa surrealista di straordinario talento, ha appena esposto a Parigi alcuni suoi lavori tra cui Portrait d'Ubu, l'enigmatica foto di un feto animale, forse un armadillo, immagine mostruosa a cui da il titolo di Ubu, appunto: lo spieiato dittatore. Diventa la foto simbolo del movimento. Lavora, con Cartier Bresson, per il regista Jean Renoir. Viene dall'Argentina, è figlia di un architetto jugoslavo di nome Marcovich e di una francese. Non ha neanche vent'anni che arriva a Parigi. È nata il 22 novembre del 1907 mentre Picasso dipinge Les DemoisellesdeAvignon. Gli uomini della sua vita sono George Bal-taille, Paul Eluard, Fabio Picasso, Jaques Lacan. Quanto di più notevole abbia prodotto il Novecento. È Eluard che la presenta a Fabio, parlano subito in spagnolo. Lui trova formidabile che quella ragazza dai capelli neri e gli occhi blu giochi a un tavolo, da sola, lanciandosi un coltellino tra le mani inguantate di bianco e ferendosi. Le chiede in dono i guanti macchiati di sangue, una cosa da corrida. Lei, militante di estrema sinistra, gli comunica una passione politica che lui fin qui non conosce e che lo porterà ben dopo Guernica, nel '44, a iscriversi al partito comunista. Dora considera il partito troppo ortodosso, troppo convenzionale. «Picasso voleva appartenere a quale cosa ma non credo sia mai stato comunista. Era, come tutti gli spagnoli, anarchico e cristiano». Lui dice di lei che è la donna che lo fa più ridere tra tutte quelle (le diverse decine) che ha avuto, «certamente la più intelligente», e tuttavia la ritrae sernpre e solo come «la donna che piange», la femme qui pleur: «Era qualcosa che vedevo oltre lei, era l'incarnazione stessa del dolore». Il volto di Dora diventa il simbolo degli anni cupi della Guerra civile, il pianto ininterrotto di quel tempo. Lei dice che le centinaia di ritratti che lui le ha fatto «sono tutti dei Picasso, nessuno è Dora Maar», tuttavia non se ne cruccia: «Credete che m'importi? Importa a madame Cezanne, a Saskia Rembrandt?». Quando si conoscono lui smette di dipingere, per un anno, e inizia a scrivere poesie. Lei smette di fotografare e inizia a dipingere. Trova per lui in affitto un nuovo appartamento: è il numero 7 di rue des Grands Agustins, breve antica strada sulla riva sinistra, maestoso edificio con cancellata ad arco e cortile lastricato dove Balzac ha ambientato Il capolavoro sconosciuto. Lei va a vivere dietro l'angolo, al 6 di Rue Savoie. Mai sotto lo stesso tetto. Nel mese di Guernica no, però. In quel mese Dora sta da lui. Un giorno arriva Marie Therese, prova a cacciarla: «Ho appena avuto una figlia da quest'uomo, se ne vada». «Non gli ho dato figli, non vedo che differenza faccia». Picasso, anni dopo: «Quel giorno si picchiarono, uno dei ricordi più belli della mia vita. Stavo dipingendo in cima alla scala, mi chiesero di scegliere chi doveva andarsene ma a me piacevano tutte e due: Therese perché era mite e faceva quel che volevo, Dora perché era intelligente e non lo faceva». Del dipinto in corso d'opera: «Nelle immagini che sto dipingendo e che chiamerò Guernica esprimo il mio orrore per la casta militare che sta precipitando la Spagna in un oceano di sofferenza e di morte. La pittura non è fatta per decorare appartamenti, è uno strumento di guerra contro la brutalità e l'oscurantismo». Le foto di Guernica scattate da Dora Maar vengono pubblicate nel numero 4-5 della riviste Chaiers d'art del 1937. Nel quadro, sotto il volto di Dora, c'è anche quello di Marie Therese, sopraffatta e stesa a terra. Quell'estate tornano lutti a Mougins, la «famiglia felice», e ci tornano ancora nel'38. L'amore finisce sei anni dopo, giusto in tempo perché la conosca James Lord, il soldato americano omosessuale amico di Picasso che diventerà — della Maar — accompagnatore negli anni di solitudine e poi unico biografo. Entra in scena Francoise Gilot, la successiva amante. Dora subisce un colpo durissimo, viene ricoverala in clinica psichiatrica, sottoposta a elettroshock e di seguito presa in cura da Lacan che la sottopone ad analisi e la porta con sé. «Tutti pensavano che mi sarei uccisa dopo il suo abbandono: anche Picasso se lo aspettava e il motivo principale per non farlo fu di privarlo di questa soddisfazione». L'aspettano altri cinquant'anni di vita. Muore sola nel '97, dopo aver attraversato tutto il secolo. Le suore che l'accudiscono nel ricovero non sanno chi sia. Non lascia eredi. Una contadina iugoslava, remota parente rintracciata, non conosce Picasso e rifiuta di andare a Parigi a vedere di cosa si tratti: rinuncia all'eredità. Il patrimonio — inestimabile — va all'asta. Nella casa di Parigi, sigillata da anni, anche la tavoletta del wc era dipinte da Picasso. Le crepe nel muro trasformate da un tratto di matita in ragni e serpenti, le scatole di fiammiferi in fauni. Centinaia di schizzi, in ogni cassetto, prove per Guernica. Meravigliosi, naturalmente. Tutti con la faccia di Dora. |

