| 25) Il primo elemento è la libertà. Il secondo è la fantasia. Il terzo è la politica. Il quarto l'eros. E il quinto? Max lo ha chiesto a lui Moebius, il guru del fumetto. di Francesca Mazzucato Max, 1998 |
mi ha sentito. Ritorno e vedo sulla porta un signore con i capelli bianchi un po' lunghi sulla nuca, occhialini tondi sugli occhi birichini, abbigliamento casual e sandali da frate. Sembra un folletto del bosco, quello anziano e saggio. Mi invita a entrare in una casa calda ma disordinatissima, piena di abiti, matite, tazze e giochi di bambini. Libera una sedia e mi offre un caffè d'orzo. Iniziamo un'allegra e rilassatissima chiacchierata, condita da risate e interrotta da qualche telefonata.
Quali sono stati i suoi inizi?«Ho frequentato una scuola d'arte applicata all'industria. Negli anni '50 non c'era niente di specifico per chi voleva disegnare fumetti e allora ci si doveva arrangiare. Molto presto mi sono inserito nella vita professionale e ho imparato tutto sul campo. Apprendistato pratico. Ne sono contento. Molto importante è stata la rivista Metal Hurlant, negli anni '70. Una rivista di fumetto d'autore che faceva numeri monografici sui vari argomenti. Il fatto di essere autodidatta è gratificante, nessuna teoria castrante, nessun maestro. Mi da una grande libertà. In seguito mi sono perfezionato, ho lavorato sulla tecnica ma il modo di pensare non è cambiato. Autodidatta anche sul piano culturale, totalmente antiaccademico. Questa forma di libertà è la cosa a cui tengo di più». Mi spieghi meglio. «E da sempre il mio obiettivo, con quello che ha di paradossale. La libertà di un essere umano è una sorta di negoziato permanente con i propri limiti».
Lei ha dichiarato: «Se un artista non vuole essere il portaparola di una cultura morta, deve continuamente morire a se stesso e rinascere». Trovo molto bella questa affermazione, me la può spiegare e dirmi, più in generale, quale ritiene essere la funzione dell'artista?«Il fatto del morire a se stesso è ovviamente una metafora. Intendevo dire che l'artista deve uccidere le illusioni che ha su se stesso e sul mondo e che sono come dei fantasmi, dei cani che lo seguono e lo limitano. Un artista in qualche modo è uno psicoterapeuta, una delle sue funzioni fondamentali è quella di espandere la percezione delle cose, la propria e di conseguenza quella degli altri. Ogni espansione di percezione è la morte della vecchia coscienza, ma c'è sempre qualcosa che muore ogni volta che realizziamo qualcosa. È una sorta di filosofia primaria, ma è terribile quando si applica perché, guardandosi indietro, la propria vita appare come un campo di cadaveri». C'è una preoccupazione politica nel suo lavoro? «La mia vita è completamente avvolta dalla preoccupazione politica, non solo il mio lavoro. Su quello influiscono anche le mie relazioni con le persone, viene fuori il mio campo di battaglia interiore. La dimensione politica per me è fondamentale. Inoltre difendo la mia libertà e mi preoccupo dell'ambiente in cui vivo perché mi sta a cuore il mondo in cui si troveranno a vivere i miei figli». Ho letto che è vegetariano, quindi si tratta di una scelta dettata da queste sue preoccupazioni? «Sì, certo, e poi uno si alimenta nella maniera funzionale alla sua ricerca di identità e di emozioni. Quello che si mangia e come si mangia è qualcosa che influisce anche sullo stato psichico e poi sul lavoro, su un certo tipo di tratto più o meno pulito, più o meno allucinato, sulla scelta dei colori. È una sperimentazione». Quindi lei non ama gli eccessi? (ride di gusto) «Ho sperimentato anche l'eccesso! Anzi, se devo dirle la verità sono in una fase piuttosto incline all'eccesso, sono davvero bulimico in questo momento, ma si parla più volentieri delle sperimentazioni nobili che di quelle meno nobili. Ho sperimentato tante cose, anche le droghe. Non mi sono mai iniettato eroina ma ho sniffato cocaina, ho provato i funghi allucinogeni e poi la marijuana, anzi ne ho fumata talmente tanta ieri sera che sono un po' stordito. Non so dire se le droghe mi hanno aiutato nel mio lavoro, ci sono un po' degli stereotipi sull'artista maledetto, sul fatto che le droghe possano contribuire a far disegnare meglio. La realtà è che il mio lavoro è una sorta di estasi perenne ed è più forte di qualsiasi droga. Io vivo un'autointossicazione quando disegno e vedo che il mio lavoro tocca la verità, la bellezza». ![]() Le piacciono i romanzi erotici? «Sono meravigliosi, fantastici, li leggo sempre. Mi piace l'aria di clandestinità che hanno». Le piacciono i romanzi erotici- Molti artisti si sono interessati al sadomasochismo. Sia nell'arte che nella letteratura. André Pieyre De Mandiargues, uno scrittore erotico surrealista, sosteneva che «il sadomasochismo è uno dei più potenti generatori di emozione di cui disponga lo scrittore»: lei che ne pensa? «Ah, mi interessa, mi interessa molto. Mi eccita, mi piace pensare a una donna costretta a fare sesso con un uomo, mi chiedo se sarei capace di fermarmi, di frenarmi. Mi interessano i giochi di sottomissione, dove tutto è possibile. C'è dentro un desiderio devastante, disperato, qualcosa che abbiamo visto anche nei rapporti fra i nostri genitori, sempre». A proposito di attesto, cosa pensa della famiglia? «La famiglia è il sistema di base della società, gli individui per realizzarsi hanno bisogno di una famiglia. C'è la famiglia che noi realizziamo e la nostra d'origine. Sono due livelli diversi con dinamiche diverse, anche di comunicazione. Poi c'è un aspetto che mi interessa molto, l'albero genealogico da cui discendiamo che agisce su di noi e dentro di noi. Noi siamo il frutto estremo di quest'albero, di questa discendenza. Siamo l'ultimo anello della catena e abbiamo il dovere di rafforzarlo, di dargli un senso. Possiamo renderlo meraviglioso se siamo creatori. C'è un'emanazione del quadro biologico stretto che invade il campo sociale, culturale e politico». Parliamo del suo lavoro, del suo rapporto con l'arte e col fumetto. «La relazione con l'arte è dolorosa. Il fumetto è un figlio indegno della pittura e della letteratura. Il figlio bastardo. Siamo negletti, trattati come un bizzarro oggetto. Adesso forse con l'intervista su Max cambierà tutto! (ride) Per me l'arte è una responsabilità, uno stato di meraviglia costante, ma anche dolore, ferita, fallimento. Tutte queste cose mischiate. Gli animali marcano il loro territorio, l'uomo fa lo stesso con la produzione artistica. Io ho scelto il fumetto perché era giusto per un autodidatta occuparsi di un'arte minore. Non solo minore, anche un'arte infantile, all'inizio destinata ai bambini, poi agli adolescenti e a chi non è cresciuto. È una controcultura e una paracultura o le due cose insieme. Propone storie melodrammatiche o eroiche, storie di avventurieri o di briganti ma permette anche di fare in codice delle dichiarazioni più importanti». Lei ha contribuito m maniera considerevole all'affermazione del fumetto, a farlo uscire dal ghetto. «E ovvio, un sistema di espressione clandestino soffre della sua clandestinità. Certo io ho contribuito, ma il merito non è mai di un solo artista. Accetto le conseguenze dei miei atti ma non bisogna dimenticare che anche la clandestinità è meravigliosa perché non si è sotto sorveglianza, c'è una dimensione di libertà che è impagabile quando nessuno ti conosce e ti sbatti per fare il tuo lavoro, per emergere».
Che rapporto ha con il suo Paese e con i luoghi in generale?«Amo tutti i Paesi, amo la gente. Un Paese è prima di tutto una lingua, chi parla la lingua diviene cittadino di quel posto, si é cittadini dello spirito. Con il proprio Paese si ha lo stesso rapporto di amore, odio, speranza e delusione che si ha con la famiglia. La Francia di oggi non è per niente omogenea. Alterno le mie speranze e le mie delusioni». Una cosa che amo della Francia è il forte senso dello Stato e il laicismo. «C'è una vocazione laica in Francia, ma questa è stata generata dal forte senso religioso, più evidente in certe aree. Io, se devo dirle la verità, sono perché la religione sia laica e la laicità religiosa!» (ride, risponde al telefono, beve ancora caffè d'orzo). Mi parli del film che sta per uscire in Italia, Il quinto elemento, per cui lei ha prodotto alcuni disegni. «Ma, da un punto di vista professionale la cosa è molto semplice. Sono stato ingaggiato per fare dei disegni, poi questi sono stati utilizzati insieme ad altri di altri disegnatori. Penso che sia un bel film, è tutto. La cosa carina è che il regista, Luc Besson, mi ha detto che da ragazzo leggeva le mie strisce e gli piacevano molto». // Il suo rapporto con il cinema è di lunga data. Sappiamo che ha lavorato a sceneggiature, adattamenti e story board e in particolare ha lavorato a lungo con il regista Jodorowsky (Tron, Dune). Quali registi preferisce? «Be', mi faccia pensare. Renoir, Carnè. Il primo Godard, Rohmer, Woody Allen. Sono un grande ammiratore di Pasolini e poi Fellini, naturalmente. Con lui ci siamo anche conosciuti, incontrarlo è stato magico perché era un grande ammiratore della vita. Mi abbracciò con foga e quell'abbraccio durò circa 300 anni, almeno per me. Mi scriveva delle belle lettere dove lodava il mio lavoro e diceva che i miei fumetti gli ricordavano l'infanzia, quando leggeva Bibì e Bibò. Ha anche dato il mio nome, Moebius, a un personaggio del Casanova. Fra i suoi film quelli che preferisco sono E la nave va,. Amarcord, Otto e 1/2. Ma non mi piacciono solo i grandi maestri, mi piacciono anche i cattivi registi. Spesso sono interessanti perché rivelano la natura più profonda di un popolo, c'è una dimensione seria anche nelle sciocchezze». Che cosa legge? «Leggo polizieschi, romanzi pornografici, libri d'avventura, rifuggo tutto quello che è letteratura colta». A questo punto arriva la moglie e uno dei suoi figli, un ragazzino alto con gli occhi birichini del padre. E' ora di pranzo e l'intervista è finita. Il tempo è volato lieve come l'aereo del silenzioso Arzach quando plana sulle città. |
