| 26) Alexander Calder l'ingegnere bambino che fece volare la scultura di Barbara Briganti La Repubblica, 24/10/2009 |
Forse è l'artista più riconoscibile del novecento. Le sue macchine aeree snodate e colorate - talvolta enormi, altre tascabili -, i cosiddetti mobiles che, appesi a fili invisibili, si muovono con leggerezza danzante grazie ad un sistema perfetto di equilibri calcolati, sono diventati familiari al punto di avere perfino ispirato una forma di giocattolo.
Oggi queste stesse immense farfalle o se vogliamo ironici sistemi planetari, o ancora ninnoli incommensurabili o macchine surrealisticamente inutili, o comunque si possano definire i mobiles, vengono ospitati negli algidi spazi pseudoclassici del Palazzo delle Esposizioni (la mostra si è aperta ieri, ed è curata da Alexander S.C. Rower). Alexander Calder, lo scultore americano nato nel 1898 e morto nel 1976, era uomo di straordinaria simpatia e di infinita arguzia e avrebbe senza dubbio apprezzato molto la cornice di questa grande mostra dedicata all'insieme della sua opera. Forse proprio grazie a quella sua disponibilità all'umorismo, alla sua leggendaria gentilezza e generosità, Calder fu ritenuto un uomo fortunato ed apparentemente felice. Venne al mondo in una famiglia di artisti. Ebbe lafortuna di disporre, sin dall'età della scuola elementare, di uno studio proprio. Lì il piccolo Alexander, come tanti altri bambini, cominciò a ritagliare paperelle articolate. Solamente, le sue erano già di metallo. Questi inizi promettenti non gli impedirono di affrontare serissimi studi di ingegneria. E come ogni bravo ragazzo americano, si misurò con un'infinità di mestieri stravaganti. Le esperienze che contribuirono alla maturazione della sua sensibilità artistica risalgono agli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale. Ci fu un episodio al quale Calder attribuì una particolare importanza. Un giorno, innavigazione su un cargo al largo del Guatemala, vide bilanciarsi ai due estremi dell'orizzonte la sfera infuocata del sole nascente e quella candida della luna piena. Fu una visione che non smise mai di citare come sua personale fonte di inspirazione. Il secondo stimolo alla sua creatività venne dall'incarico di seguire e documentare gli spettacoli del circo Barnum. La passione per il circo lo portò a creare una quantità di piccole sculture semoventi: clowns, belve, ballerine e domatori, realizzati con filo di ferro e "objets trouvés", quel meravglioso materiale a metà strada tra la spazzatura e i tesori infantili da cui traevano ispirazione i surrealisti. Con queste figurine, che conservava in due valigie di fibra, dava vita ad uno spettacolo, di cui restano antichi filmati, che riscuoteva immenso successo tra i suoi nuovi amici. Perché nel frattempo, siamo verso la metà degli anni Venti, Alexander Calder si era trasferito a Parigi dove frequentava Mirò, Léger, Duchamp, Man Ray. Fu in quel periodo che incominciò a costruire le sue prime sculture: si trattava di disegni tridimensionali, in cui il filo metallico ritorto era simile ad una penna che non si stacca mai dal foglio. Con una leggerezza che sembra disegnare l'aria, Calder dà forma ad un singolare bestiario nel quale spicca una straordinaria Lupa, completa di Gemelli, in filo di ferro e pomoli di legno, che giustamente troneggia nella sede della mostra. I mobiles nacquero poco dopo, grazie ad una visita nello studio di Piet Mondrian: uno stanzone con i muri decorati da centinaia di cartoncini colorati che il pittore olandese usava per studiare le sue composizioni. «Si potrebbero fare muovere» suggerì Calder. «Non ce n'è bisogno, si muovono da soli» rispose freddamente Mondrian. Ma Calder, ormai totalmente catturato dall'arte astratta, li riprodusse, li ritagliò nella lamiera metallica, usando quegli stessi colori primari, e li fece muovere. In un primo momento grazie a dei meccanismi a manovella, una intuizione in largo antìcipo sull'arte cinetica, poi solamente con l'uso sapiente di correnti d'aria e dell'equilibrio dei pesi. Sospese o poggiate a terra le sculture che Calder continuò a creare tra il 1931-'32 e la fine della sua vita, assomigliano a lenti e dignitosi animali preistorici - almeno così li vedeva uno dei suoi estimatori, il filosofo Jean Paul Sartre - ad astrolabi futuribili, a sistemi solari, a sciami di volatili. Oggetti che decorano con ammiccante umorismo atrii di musei, aereoporti, aule magne universitarie ih tutto il mondo. Giocosi e ironicamente inquietanti si ergono come un inno alla perenne infantile meraviglia che sottende la creazione dell'artista. Ai mobiles, che devono il loro nome a Duchamp, seguirono pochi anni dopo gli stabiles. Questa volta fu Jean Arp a battezzarli. Stabiles sono strutture metalliche che nel corso del tempo Calder immaginò sempre più grandi e comunque destinate a luoghi aperti. Anche in questo caso il protagonsta è lo spazio, o se vogliamo l'aria. In realtà non sono più le sculture che si muovono, cambiando aspetto a seconda della posizione assunta, bensì sono le città e i loro abitanti a penetravi dando loro vita. Tra le prime, anzi la prima in assoluto, nel 1962, fu il Teodelapio di Spoleto, di cui a Roma si può vedere una delle maquettes di studio. Questa altissima struttura che ricorda veramente una sorta di immane monumento equestre, tra le zampe del quale scorre il traffico cittadino, si arricchisce di una storia, raccontata dallo stesso Calder. Il quale in un primo momento aveva chiamato semplicemente "l'oggetto" quella grande scultura. Fu solo in un secondo tempo, quando vide un'immagine ottocentesca che raffigurava un leggendario duca longobardo con un copricapo irto di punte, tale Teodelapio, duca di Spoleto, che Calder ribattezzò il monumento. Fu un'artista dell'aria, del gioco, della percezione istantanea, del movimento, dell'eterna meraviglia infantile davanti all'apparente casualità delle forme. Ma fu altresì un uomo che lasciò dietro di sé una traccia di umanità fuori dall'ordinario. Al Palazzo delle Esposizioni (da poche settimane guidato dal presidente Emmanuele Emanuele) l'artista e il personaggio sono anche raccontati da una mostra di fotografie scattate, nel corso degli anni, da Ugo Mulas. Un lungo, commovente e bellissimo lavoro biografico su questo protagonista del Novecento. |
Oggi queste stesse immense farfalle o se vogliamo ironici sistemi planetari, o ancora ninnoli incommensurabili o macchine surrealisticamente inutili, o comunque si possano definire i mobiles, vengono ospitati negli algidi spazi pseudoclassici del Palazzo delle Esposizioni (la mostra si è aperta ieri, ed è curata da Alexander S.C. Rower). Alexander Calder, lo scultore americano nato nel 1898 e morto nel 1976, era uomo di straordinaria simpatia e di infinita arguzia e avrebbe senza dubbio apprezzato molto la cornice di questa grande mostra dedicata all'insieme della sua opera. Forse proprio grazie a quella sua disponibilità all'umorismo, alla sua leggendaria gentilezza e generosità, Calder fu ritenuto un uomo fortunato ed apparentemente felice. Venne al mondo in una famiglia di artisti.